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Festival Nazionale Della Cultura Sportiva

La maledizione del portiere – storie di sport #6

Dino Zoff

E’ un ruolo diverso, quello del portiere. Disperatamente collegato all’ “occasione”.
Un attaccante, un centrocampista, persino un difensore, può entrare in azione quando vuole. Un portiere, no. Deve  aspettare l’ “occasione”. Che dipende sempre dalla volontà di qualcun altro. Il portiere reagisce, non agisce. Anche perché , quando arriva, l’ “occasione” porta con sé la dannazione del portiere : la perfezione. In nessun altro ruolo l’errore tecnico, anche minimo, può essere così determinante. E l’errore, dal punto di vista concettuale, è uno degli elementi più naturali e ineluttabili dello sport. Pensate, per fare un esempio che renda l’idea, a quanti errori commette un tennista sulle prime palle di servizio. Ecco. Però lui li considera una cosa normale, quasi una  necessità. Nessuno parla di papera, quando una  prima pallina finisce due metri al di là della linea. Invece a prezzo del ridicolo, un portiere durante una partita non può permettersi nemmeno un centesimo di quegli errori. Deve essere perfetto. E’obbligato ad esserlo. Anche perché, quando sbaglia lui, il conto lo pagano tutti. Quest’obbligo di perfezione, questa dannazione sportiva, crea una condizione mentale affascinante, assoluta. Serve una lucidità asettica, gelida. Difficilissima da mantenere durante gli infiniti tempi morti di una partita. In quei novanta minuti abbondanti  si creano e si disfano praterie di nulla, vastissime, pronte a riempirsi d’interferenze a ogni istante, con pensieri laterali, ricordi fuori luogo, considerazioni tecniche, preghiere, paure. Basta abbassare la guardia, smarrirsi in uno di quei pensieri, ed è fatta. Una partita di calcio per un portiere, è piena di decine di minuti lunghe come giorni, durante le quali non succede niente. E allora, magari, ti viene in mente di pensare a un errore impercettibile che hai compiuto qualche minuto prima e che non vedi l’ora di riscattare, o che potresti compiere di nuovo qualche minuto dopo. Tenere chiuso il cervello a tutto è l’unico modo per non sbagliare. Ma non è facile. Perché, fra l’altro, la pressione è anche interna. Voglio dire, non c’è solo quella creata dall’ “ambiente”, ma pure quella che lentamente monta dentro di te, la tua. Una marea interiore composta di tanti elementi e motivazioni, e moltiplicata dall’agonismo. Vi siete mai chiesti cosa passi nella testa di una portiere durante una partita ? Non fatelo, sarebbe inutile. Se non avete giocato in porta, non potrete capirlo mai. C’è tutto e niente, lì dentro. C’è un vento silenzioso che dilata il tempo e comprime la volontà, proprio come si comprime una molla. Una molla che però può scattare solo quando arriva l’ “occasione”. Per esprimere la propria vocazione di atleta, la propria rabbia agonistica, una attaccante può calciare con violenza, un’ala può volare lungo la fascia su e giù fino a sentire i polmoni esplodere, un centrocampista può rincorrere gli avversari in tutto il campo, un difensore può fare il più violento dei tackle. Il portiere no. Non può fare niente di tutto ciò, eppure è un atleta anche lui , e che atleta!
Di tanto in tanto è chiamato a scattare come un puma, e in quel momento può esplodere tutto, furia, rabbia, potenza, velocità astuzia, coraggio ; ma può farlo solo quando capita, quando lo richiede l’azione, e non quando lo decide lui. Per il resto la sua vita è attesa. Agguato. Compressione. Cose che poi magari non servono a niente, quando il tiro dell’avversario è imprendibile, o la la traiettoria è troppo sporca. E allora deve raccogliere la palla e rimettersi lì, ad aspettare con il suo vento silenzioso nella testa. Concentrato.

Dura solo un attimo, la gloria. ( Dino Zoff)

 

DINO ZOFF  (Mariano del Friuli, 1942)

Allenatore, Commissario Tecnico, dirigente sportivo, è stato il più grande portiere nella storia del calcio italiano, campione del Mondo 1982.  Il suo essere, nella  vita e  nel calcio,  è costantemente  contrassegnato da una grande  dignità, e rappresenta il filo conduttore di tutte le pagine del suo libro :  Dura solo un attimo, la gloria.

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Dallo scudetto ad Auschswitz – storie di sport #5

Non lo sapeva nemmeno Enzo Biagi, bolognese e tifoso del Bologna. Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo e chi sa come è finito”, ha scritto in “Novant’ anni di emozioni”.
E’ finito ad Auschwitz, è morto la mattina del 31 gennaio ’44. Il 5 ottobre del ’42 erano entrati nella camera a gas sua moglie Elena e i suoi figli Roberto e Clara, 12 e 8 anni.
Questa è la risposta, documentata, di Matteo Marani, bolognese , laureato in Storia ( e questo spiega qualcosa). Gli ci sono voluti tre anni di ricerca, scrupolosa e insieme ossessiva, perché gli pareva di inseguire un fantasma. Ed ora questo libro “Dallo scudetto ad Auschwitz”(ed. Aliberti), preciso come una banca svizzera, dolente come una cicatrice. Ho idea che Marani abbia udito le voci nel vento, per dirla con Guccini, bolognese d’adozione. Forse lo ha spinto una coincidenza: abita a 300 metri da dove abitava Weisz. Certamente lo ha sorretto una volontà da detective della memoria. E’ così, dai registri di classe del ’38, ritrovati in una scantinato, è arrivato a conoscere uno degli amici del piccolo Weisz, un amico vero che per tutti questi anni aveva conservato lettere e cartoline che gli arrivavano dalla Francia, dall’Olanda, da dove i Weisz cercavano di sottrarsi ai cacciatori dopo che il Bologna aveva licenziato il suo tecnico in omaggio alle leggi razziali.

Arpad Weisz era stato un ottimo giocatore, ala sinistra. Nell’Olimpica ungherese del ’24 fa coppia con Hirzer, la Gazzella, che sarebbe stato il primo straniero alla corte degli Agnelli. Gioca nel Padova (poco), nell’ Inter, ma un infortunio serio lo porta sulla panchina nerazzurra come tecnico. E’ lui a lanciare in prima squadra Peppino Meazza, a 17 anni, lui ad allenarlo, individualmente, al muro, perché abbia la stessa padronanza dei due piedi,è lui a vincere lo scudetto del ’30, sempre lui a scrivere, a quattro mani col dirigente Aldo Molinari il manuale “Il giuoco del calcio”, con prefazione di Vittorio Pozzo che non era l’ultimo arrivato. Ancora lui a importare in Italia Il sistema di Chapman, a sperimentare i ritiri ( in località termali ), ad allenare in braghe corte , insieme ai giocatori, quando le foto di Carcano     (famoso quinquennio juventino ) lo mostrano in giacca e cravatta. Gli allenamenti si dirigevano, non si facevano. “Il mago” lo chiama “ Calcio Illustrato “. Col Bologna “ che tremare il mondo fa” vince due scudetti consecutivi. E’ il tempo di Schiavio, di Monzeglio che insegna il tennis ai figli di Mussolini, dell’uruguagio Sansone che sposa la cassiera del bar Centrale, di Fedullo, di Fiorini detto il Conte Spazzola che muore nel ’44 sotto una raffica dei partigiani, e ancora di Ceresoli, di Biavati che esegue il doppio passo e poi crossa al bacio per Puricelli detto testina d’oro. Al Littoriale , Weisz chiede un’equipe fissa di giardinieri per il prato, un laboratorio medico-dietetico. Nella finale del Trofeo dell’Esposizione, a Parigi, il Bologna batte 4-1 i maestri del Chelsea. Ma il cerchio intanto si stringe intorno a una famiglia felice. Il figlio non può iscriversi a scuola. Il padre non può allenare. Il Bologna lo licenzia a fine ottobre del ’38 , dopo un 2-0 alla Lazio. Al suo posto l’austriaco Felsner . La famiglia Weisz lascia Bologna in treno, direzione Parigi. La speranza è di trovare un lavoro. Tre mesi trascorsi in albergo indeboliscono le finanze e non danno risultati. Si punta sull’Olanda, Dordrecht. Città piccola, squadra semi-dilettantistica, ma con Weisz in panchina batterà più d’una volta il grande Feyenoord . Ma anche in Olanda, paese con un tasso altissimo di collaborazionismo, si stringe il cerchio.

Dallo scudetto ad Auschwitz. Vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo. ( Matteo Marani)

MATTEO MARANI ( Bologna , 1970)
Giornalista, ha collaborato con testate quali Il Messaggero, Corriere dello Sport-Stadio , Il Sole 24 Ore. Dal 2008 al 2015 ha diretto il Guerin Sportivo. Da quest’anno è il nuovo Vicedirettore di SKY SPORT. Ha scritto “ Dallo scudetto ad Auschwitz” un libro bello e toccante sulla tragica vicenda di Arpad Weisz , allenatore ebreo.

Monzòn – storie di sport #4

Osvaldo Soriano
Monzòn lo paragonano a Gatica, a Bonavena, ad altri pugili morti prima del tempo, tra la miseria e la malavita. Ma lui, sul ring, è stato più di tutti loro. Sembrava il Golem della leggenda medievale: un fantoccio finito a metà che inseguiva la vittima fino all’estenuazione e alla distruzione. Si piantava al centro del ring, guardava come una belva e l’altro non poteva più scappare via correndo. E’ stato Monzòn e non il Firpo degli anni venti il vero Toro Selvaggio delle Pampas. Firpo era umano e alla fine lasciò una grande delusione per i tempi della radio a galena. El Mono Gatica vinceva e perdeva al’epoca di Peròn, intuiva da che parte stesse il potere e, prima o poi, finiva per sfidarlo. Ma Gatica e Bonavena avevano humour: erano tipi persi nelle nebbie del cabaret che buttavano via i soldi tutti i giorni e si beffavano della fama e della gloria. Monzòn era nato in una villa miseria, si fece strada in silenzio e non gli capitò mai di pensare agli altri. Poi si comprò una estancia, cominciò a rompere la faccia alle donne, una più bella dell’altra, e alla fine uccise Alicia Muniz. I giornali fecero dell’omicidio un dato minimo, un aneddoto in più nella vita del campione. Non era un buon soggetto, non era simpatico, e non sapeva neppure ridere di se stesso. E’stato uno dei più grandi pugili di tutti i tempi, forse soltanto un passo indietro rispetto al grande Nicolino Locche. Era uno stile diverso, Locche rideva e ballava, era un gatto domestico che si sveglia soltanto per mangiare e per giocare con gomitoli di lana. Monzòn era un’altra cosa, un misto tra un dobermann e un primate. Aveva una intelligenza quattro per quattro, sufficiente a calcolare tutto quello che poteva succedere su un ring. Era come un’affettatrice, un tritacarne, una grattugia, una centrifuga, qualcosa del genere. Fu con Fangio, l’argentino più famoso nel mondo. Come con Maradona, i giornali stranieri chiedevano pezzi con scandali, donne picchiate e donzelle arrese ai suoi piedi. Nessuno smise di ammirare il suo talento, quella specie di seduzione perversa che praticava con l’avversario prima e dopo di demolirlo. Nino Benvenuti, come alcune donne che gli sono sopravvissute, aveva soltanto elogi per lui. Tyson ha seguito il suo stile nel boxare e la sua strada nella vita. Ma il nordamericano si mette la cintura di sicurezza e lì le banchine della strade non sembrano tagliate con il coltello. Carlos Monzòn è morto. Un po’ più morto di prima. E per quanto sia stato un idolo, per quanto gli abitanti di Santa Fè gli abbiano decretato un commiato eccezionale, per quanto lo piangano il mondo della boxe e le riviste del cuore, non lo accompagnano nel lungo viaggio la simpatia degli dei né il calore delle stelle.

PIRATI, FANTASMI e DINOSAURI   (Osvaldo Soriano)

 

OSVALDO SORIANO ( 1943-1997)
Argentino, giornalista e scrittore . Nel 1976 dovette abbandonare l’Argentina della dittatura e visse in Europa , prima in Belgio poi a Parigi. Da militante democratico si è sempre espresso per la dignità del suo paese , sempre censurato dai militari al potere. Tornato a Baires a metà degli anni 80, i suoi libri riscossero molti apprezzamenti ( Triste, Solitario y final   il più conosciuto). Con Soriano i personaggi dello sport e della storia argentina diventano icone dello stato d’animo e rappresentano fedelmente le tante realtà del Paese.

Sogno e utopia – storie di sport #3

Gianni Mura

Una volta , parlando in un’occasione pubblica della relazione tra sport e sogno, un po’ per rifare il verso ad una famosa frase di Cartesio -“Penso,dunque sono” – , e un po’ per riunire in poco spazio l’elemento razionale e l’elemento sentimentale, mi è venuta fuori questa frase : Penso, dunque sogno”.
Per chi fa sport, il diritto al sogno è davvero fondamentale. Chi inizia da bambino a praticare sport, non importa quale, gioca per divertirsi ma ha anche il sogno di diventare uno dei più bravi: probabilmente non lo realizzerà, ma intanto ce l’ha. E’ il sogno di pensare ad un punto di arrivo che può essere anche molto lontano, e intanto faticare per arrivarci, limare il tuo personale di qualche decimo di secondo o battere sui 100 metri uno che ti ha sempre battuto. Questo è il senso dello sport: appena arrivi a un certo risultato ti rimetti in discussione e sposti l’asticella simbolica un po’ più in alto. E comunque, anche se non lotti contro una misura, lotti contro altre squadre. Quella squadra ha vinto tutto, quindi in teoria è la più forte: benissimo, però adesso ce la giochiamo alla pari. La prima volta che vinci da bambino o ragazzino hai una soddisfazione enorme. Io mi ricordo per esempio le partite a tennis, e le mie prime vittorie. Per me il sogno, insieme alla passione, è il vero carburante dello sport. Il pensiero è quello che ti permette di analizzare tutto e la passione è la ruota che muove il sogno: a mio parere sono due cose inseparabili, che diventano poi anche socialmente utili. Se oggi parli di sogni ti esponi molto a strani risolini o cenni del capo, come se uno non fosse proprio un cretino ma un illuso sì, o comunque uno che non ha capito bene in che mondo vive: “ Ma cosa sogni a fare? Perché non ti adegui ? La realtà è questa e non sarai tu a cambiarla”. Tutte queste frasi sono altrettante castrazioni o comunque dissuasioni dal provare a muoverti, a fare qualcosa e a uscire dall’inerzia. Il sogno non è necessariamente l’utopia, che è irrealizzabile. Il sogno lo puoi realizzare, lo puoi toccare: puoi farcela. E allora insisti, allenati, riprova, e poi quando ci riesci scopri che è bello.
TANTI AMORI (Gianni Mura)

Gianni Mura(Milano 1945). Da madre milanese maestra elementare e padre sardo, Maresciallo dei Carabinieri. Ha iniziato la sua carriera non ancora ventenne alla Gazzetta dello Sport, ha scritto sui maggiori quotidiani nazionali e pubblicato diversi libri. E’ un esperto di enogastronomia , tanto da curare , assieme alla moglie Paola, una rubrica sul Venerdi di Repubblica. Grande scrittore di sport ,oltre al calcio ed al ciclismo e al TOUR in particolare, ama e fa amare letteratura, canzoni d’autore, la poesia ed il teatro.. In antitesi ell’EPO, la droga più utilizzata dai ciclisti, ha coniato l’ acronimo EPU che racchiude l’essenza dello Sport: Etica, Passione ,Umanità.

Uno di serie A – storie di sport #2

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Quattro quotidiani sportivi sono il sintomo più evidente di una stampa libera in un paese sano. In Italia gli avvenimenti sportivi vengono illustrati, discussi, violentati assai più di quelli relativi alla politica e all’economia, argomenti di difficile assimilazione, insomma le solite balle che non interessano nessuno. Radio e Tv parlano di calcio per un migliaio d’ore l’anno. Conoscete qualcuno che abbia fatto i soldi come il Panini di Modena con le figurine dei calciatori, vendendo le immagini di Stammati, Donat-Cattin, Adele Faccio ? E allora perché non devo provarci io che, modestamente, nel mio lavoro sono un genio ? Le motivazioni che inducono un miliardario ad occuparsi di sport e di calcio in particolare sono sempre al di sotto di ogni sospetto. La conquista della presidenza di un club calcistico rappresenta tappa affascinante per tutti coloro che sono indispettiti dal fatto di essere ricchi senza che nessuno lo sappia. Di essere geni senza la solidarietà di centinaia di migliaia di tifosi, di essere altruisti, belli, simpatici, soltanto per pochi intimi. La vita di un presidente di calcio è indubbiamente ricca di grandi soddisfazioni. La mattina hai Adriano De Zan sotto casa pronto a raccogliere il tuo pensiero e a riportarlo a milioni di telespettatori. Pomeriggio appuntamento in riserva con Gianni Brera, un tipo che mi è sempre stato simpatico. D’accordo, ci sono anche dei momenti duri, quando cioè il suddetto Brera decide di fare lui il risotto, ma se stai in fabbrica o in ufficio hai pure il pericolo di sbattere il muso contro uno della commissione interna. La sera ,se vuoi, puoi fare un salto dal frate di Cozzo, altro personaggio simpaticissimo che del calcio può raccontare vita e miracoli, soprattutto i miracoli visto che lui è direttamente in contatto con gli specialisti del settore. Sei sempre vicino a giovani allegri senza grilli per la testa, polizia e carabinieri sono a tua disposizione con un sempre esemplare servizio d’ordine allo stadio, in tribuna d’onore conosci sindaci, prefetti, onorevoli, personalità del mondo culturale, politico, ecclesiastico, insomma diventi uno di serie A. E poi sai come passare la domenica, all’aria aperta senza bisogno di raccontare balle alla signora. Ma di calcio non capisci niente? Meglio. Basta organizzare la società come un’ impresa, come la ditta che ha fatto la mia fortuna. Pochi sentimentalismi, conto alla mano, chi non si dà da fare è libero! Ci vuole gente nuova nel calcio, manager con la mentalità vincente dell’industriale che si è fatto da sé.

VITE VERE compresa la mia  ( Beppe Viola)

BEPPE VIOLA ( Milano 1939-1982)
Ha iniziato giovanissimo a scrivere di sport. Giornalista RAI , mai omologato e mai banale, è stato telecronista e inviato speciale oltreché conduttore della Domenica Sportiva. Ha scritto dialoghi e sceneggiature per il cinema ( Romanzo Popolare di Monicelli e Cattivi Pensieri di Ugo Tognazzi, canzoni ( con Enzo Jannacci e Cochi e Renato). Ha pubblicato (con Jannacci) L’incompiute e Vite vere compresa la mia. Dopo la sua scomparsa sono stati pubblicati Beppe Viola, Inediti e dimenticati e Quelli che…Racconti di un grande umorista da non dimenticare.

Luis e Gigì – storie di sport #1

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photo courtesy www.wordsinfreedom.com

 

Luigi è un muratore , ha abbandonato presto i banchi della scuola e si  guadagna la vita tra sacchi di cemento, mattoni, polvere . Sembra sempre incazzato , parla solo il dialetto della Ventena. Tutti lo conoscono per Luìs.

I suoi amici sono quelli che trova al bar , dove si parla a voce alta, si ride, si beve, si sfogliano i giornali senza leggerli, si commentano con due parole le immagini della tv.
La sua vita è semplice come può essere quella di un operaio, condannato a sbadilare sabbia, cemento, similmente carbone per  la locomotiva che deve viaggiare sempre più forte. L’altro Luigi ,che tutti conoscono come Gigi, è un campione. Il più ammirato dagli uomini , il più desiderato dalle donne . Sa giocare al calcio con uno slancio, una virilità, una
potenza che lo hanno consacrato quale miglior interprete dei sogni della gente.
Inutile dire che ha un mondo ai suoi piedi, potrebbe chiedere tutto.
Ma la celebrità e la ricchezza non hanno intaccato il suo carattere riservato,  genuino, senza fronzoli. Un giorno la squadra di Gigi viene a Cattolica per giocare una partita amichevole e , tra la folla di sportivi che pullulano all’albergo che la ospita, c’è anche Luìs. Una bevuta ( qui Luìs se la cava bene), e fanno amicizia .
Nei pochi giorni che Gigi alloggia al Linda ,la presenza di Luìs diviene abituale e , con la Dino di Gigi girano, per osterie e tagliatelle. Una brevissima , spontanea amicizia.
Poi si salutano. Luìs resta nel suo semplice mondo.
Gigi ritorna a stupire le grandi folle con i suoi goal entusiasmanti.

Luìs era Astolfi , Quadrilèn . Gigi è Riva, Rombo di Tuono.

[anticipazione dal libro in prossima uscita “Lettera 22 a un calcio che non c’è più.”
vieni a scoprire e conoscere l’autore dal 1° Festival Nazionale della Cultura Sportiva – Cattolica 11-16/07/2016]

La nazionale italiana calcio amputati

2015-99-02!
ph. Ettore Vichi

Guardare oltre alla folla, agli spettacoli grandiosi, ai divi ed ai loro
guadagni milionari, a tutto il mega, a tutte le enfasi, a tutte le esagerazioni,ai milioni di spettatori rabboniti, omologati , mandrie da mungere. Al di là del gigantesco castello di carta, di denaro e di illusioni , un giorno trovi un rettangolo verde dove ragazzi menomati, amputati, rincorrono un pallone.
Si scambiano le loro emozioni , vivono la loro autentica passione per il calcio, ci prendono per mano e ci fanno ragionare e comprendere cose importanti.
Semplicemente con la loro serenità, la loro dolcezza ed il coraggio col quale affrontano la vita. Grazie Francesco, Lollo, Gianni, Hans.
Grazie a tutti gli sportivi della Nazionale Italiana Calcio Amputati.

‪#‎festivalnazionaleculturasportiva‬
#‎sportlegalità‬
‪#‎associazionerimbalzifuoricampo‬
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‪#‎estate2016‬
#diversabilità

 

Giorgio ed Eraldo alle prese con la Cultura Sportiva

Giorgio Comaschi & Eraldo Pecci
si stanno preparando
per il festival Nazionale Della Cultura Sportiva
Cattolica 11-16 luglio 2016

RFC a colpo d’occhio

Uno sguardo agli eventi organizzati da Rimbalzi fuori Campo

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