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Festival Nazionale Della Cultura Sportiva

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Evento pubblico

TALK SHOW “Genitori nello Sport”

Genitori Nello Sport
Da sx: vicesindaco di Gradara Thomas Lenti, allenatore di basket Giampiero Ticchi, giornalista Franco Arturi, ex campioni di basket Marco Bonamico e Renzo Vecchiato

Talk Show “Genitori nello Sport”. Un tema d’importante rilevanza nell’ambito di un Festival che si propone di coltivare anzitutto la Cultura Sportiva. A fare gli onori di casa il cattolichino Giampiero Ticchi, allenatore di basket. Assieme al giornalista Franco Arturi, ex direttore della Gazzetta dello Sport, e due ex campioni di basket del calibro di Marco Bonamico e Renzo Vecchiato, tutti possono a buon titolo trattare l’argomento. Franco Arturi, è marito di Rosi Bozzolo ex campionessa nazionale di basket e padre di Giulia Arturi, da quest’anno cestista in serie A1 e giornalista sportiva. Bonamico e Vecchiato testimoniano la loro esperienza di figli giocatori prima e di genitori poi.

Per alimentare il dibattito, Arturi  propone una serie di domande.

Quali sono le cose da sapere, quando si ha un figlio che pratica uno sport? Se si verificasse l’opportunità di passare dal gioco al professionismo, sarebbe in grado un genitore di consigliare al meglio il proprio figlio? Non correrebbe il rischio di troncargli la carriera sul nascere o comunque di fare altri errori, spesso irreparabili? Fargli abbandonare gli studi? Quale Società scegliere? Saprebbe valutare le rinunce da sopportare? Bonamico sostiene la necessità di affidare il ragazzo/a ad un procuratore e lasciarsi consigliare.

E quali sono le cose da non fare? Non Immischiarsi nel lavoro dell’allenatore, magari denigrandone l’operato, perché distruggendone l’autorità si mina la coesione della squadra e la si indebolisce. Se non si è d’accordo con l’operato dell’allenatore, gli si possono chiedere in privato delle spiegazioni e, se è il caso, trasferire il ragazzo ad una Società che usa metodi diversi. Osserva Vecchiato che il malcostume dei genitori di oggi non si limita soltanto ad un tifo poco urbano e assolutamente fuori luogo, ma “è evoluto” in consigli urlati durante il gioco: “passa la palla, tira, difendi, piega le gambe…” S’immedesima e mette in guardia sul disagio sicuramente procurato ai ragazzi. Tutti concordi.

Altra cosa da non fare: chiedere le statistiche immediatamente dopo il termine della gara. Questo comportamento, che svela l’ansia di controllare l’apporto positivo del proprio figlio, confrontato con quello degli altri, è indice di una grave mancanza di cultura sportiva. “La giusta cultura sportiva, prima che ai figli, va data ai genitori!” Afferma Ticchi che, da allenatore, conosce e descrive bene il fenomeno. “Un genitore deve sostenere, incoraggiare, mai criticare, mai fare confronti, perché questo blocca il ragazzo” e può arrivare a precludergli i tanti vantaggi di praticare con serietà una sana disciplina sportiva.

La cosa che intelligentemente dovrebbe fareinvece un genitore è uscire dall’egoismo degli interessi personali e supportare tutta la squadra, così si incrementa lo spirito collettivo e il valore complessivo del gruppo.  Marco Bonamico chiosa questo concetto riferendo la frase di un allenatore slavo: “Pallacanestro è come sommergibile: uno sbaglia, tutti morti”. Per avere lo spirito giusto un genitore dovrebbe ispirarsi alle parole di Kipling “Che tu possa incontrare la vittoria e la sconfitta e trattare queste due bugiarde con lo stesso viso”: è la lezione che un ragazzo può imparare solo da un genitore che sa accettare serenamente una sconfitta perché ha sbagliato l’ultimo tiro, e che al tempo stesso non lo osanna quando fa punto e vince. Questo è l’atteggiamento giusto da tenere.

Arturi chiude con una battuta che riflette molto bene il problema di cui si è discusso in questa interessante e istruttiva serata. “In tutti i settori sportivi giovanili – se andate a parlare con l’allenatore – vi dirà che la migliore e una squadra di orfani”.

 

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LEGALITY RUN 2018

Festival Nazionale Cultura Sportiva 2018_LegalityRun

E anche quest’anno il
FESTIVAL NAZIONALE DELLA CULTURA SPORTIVA
è LEGALITY RUN

SABATO 30 GIUGNO
Ritrovo ore 16:30 di fronte al Riviera Golf Resort
Partenza ore 18:00

Percorso circolare 15 km
Tempo massimo di percorrenza 2 ore
Punto di ristoro: Parco Navi
Quota di iscrizione: adulti 5€, under 18 2€

Info: 3356238963

Scarica regolamento

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Chiacchiere con… Paolo Tagliavento e Francesco Messori

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Una piacevole chiacchierata tra il giornalista Saverio Montingelli, l’arbitro di serie A Paolo Tagliavento ed il capitano della Nazionale Calcio Amputati Francesco Messori ha aperto la serata di Martedì 26 giugno in un clima piacevole e confidenziali, con la piazza gremita ed una fan di Francesco Messori che è addirittura salita sul palco durante l’intervista. Paolo e Francesco, due facce della stessa medaglia, il giocatore e l’arbitro, con tante cose in comune. Due persone che nel calcio hanno entrambe realizzato un sogno, così come da loro stessi definito, Paolo perché ha avuto la fortuna di essere uno dei 20 arbitri nazionali di serie A su circa 35.000 arbitri che si contano in Italia, Francesco perché attraverso il calcio ha sfondato la barriera della disabilità, e realizzato il sogno di fondare una squadra di calciatori diversamente abili. Entrambi si trovano in un momento della loro vita che rappresenta una svolta, Paolo perché giunto a fine carriera, Francesco perché finalmente sta vedendo realizzato il suo progetto di una squadra di calcio paralimpica, che parteciperà alle prossime olimpiadi del 2020 come squadra ospite, ma che è seguita a vista dalla Uefa e dalla Fifa, e Francesco spera e crede di potere definitivamente entrare in Olimpiade nel 2024. Entrambi innamorati di Cattolica, ed attaccati a questa città che ha dato loro tanto, a Paolo da ragazzino, a Francesco pure, perché a Cattolica qualcuno ha creduto in lui (l’Associazione Culturale Rimbalzi Fuori Campo) ed è da qui che è partito tutto.

INTEGR+AZIONE il concept del Festival 2018

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L’edizione 2018 del Festival Nazionale della Cultura Sportiva si apre all’insegna dello slogan INTEGR+AZIONE,integrazioneintesa non tanto nella sua accezione tradizionale, ormai superata e soppiantata dal più corretto inclusione, ma come azione che integra e completa, realizzandolo, il principio della condivisione dell’attività sportiva da parte di atleti normodotati e atleti paralimpici: è evidente che, rivisitato con questa chiave di lettura, il termine integrazioneriassume esattamente il concetto agito dall’Associazione Rimbalzi Fuori Campo, il motore organizzativo del Festival.

Alla ribalta saliranno le semplici azioni quotidiane che qualsiasi ragazzo, e non solo, compie praticando il proprio sport, in momenti di incontro, gioco e spettacolo in cui l’azione del gioco si trasforma in interazione tra atleti normodotati e atleti paralimpici. Alcuni dei momenti salienti dell’INTEGR+AZIONEsaranno dedicati alla DANZA, con lo spettacolo di Nicoletta Tinti e Silvia Bertoluzza, ballerine della compagnia di danza inclusiva in cui tutti ballano, nessuno escluso; alla GINNASTICA RITMICA con la presenza sul palco di Giorgia Greco, la ginnasta undicenne con un arto amputato agonista nella categoria paralimpica; al VOLLEY, con squadre di giocatori normodotati e sitting volley, e al BASKET con l’incontro di atleti in carrozzina e non per scambiare qualche rimbalzo.

E l’INTEGR+AZIONE non riguarda solo gli atleti, principali attori di questa edizione del festival, ma anche le amministrazioni locali, ed unisce per l’occasione, in cooperazione i Comuni di Cattolica, Gabicce Mare, San Giovanni in Marignano e Gradara. Uno per tutti e tutti per uno, proprio come su un campo di gioco, con l’obiettivo condiviso di diffondere la cultura dello sport come mezzo di raccordo tra persone diverse, come strumento di diffusione di valori sani e legalità.

3° FESTIVAL NAZIONALE DELLA CULTURA SPORTIVA
I Sindaci di Cattolica, Gabicce, San Giovanni in Marignano, Gradara, presidente e direttore dell’Associazione Culturale Rimbalzi Fuori Campo

BAGNI DI RIGORE

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La 2° edizione del FESTIVAL NAZIONALE DELLA CULTURA SPORTIVA
include quest’anno anche un torneo di calci di rigore.

“BAGNI DI RIGORE”
è riservato alle squadre degli stabilimenti balneari di Cattolica,
il torneo è dedicato ad Alfredo Baldassarri,
un bagnino particolarmente amante dello sport, scomparso un anno fa.

Si svolgerà in piazza 1° Maggio nelle serate da mercoledì a sabato
Gioca con la squadra della tua spiaggia e vinci il 
TROFEO ALFREDO BALDASSARRI.

Le iscrizioni debbono pervenire entro il
Alla Associazione Bagnini
via Ferrara,37 Cattolica
bagnini.cattolica@alice.it
tel 3470662090

#cattolicaeventi #estate2017 #torneocalcio #alfredobaldassarri

Il toro non può perdere – storie di sport #10

Eraldo-Pecci-foto-ilpallonegonfiato

Se cercate i dati canonici di un calciatore ( altezza e peso-forma ) per Pecci su Wikipedia trovate 1,71 e 77. Falso, dice lui : 1,70 e 75, questo ero. Col 43,5 di piede. Non occorre aver studiato a Coverciano per asserire che quei numeri parlano di un calciatore di non eccelsa statura e in perenne lotta con la bilancia. D’altra parte  sosteneva Pecci, la palla è rotonda e corre, ogni tanto passerà anche dalle mie parti.  Quando passava dalle sue parti, Eraldo sapeva cosa farne. La smistava su Zaccarelli, l’elegante rifinitore, o su Patrizio Sala, compagno di omeriche strippate ma cursore instancabile ancorchè di mediocre piede. Sempre che Eraldo  non preferisse il lancio profondo per “le bestie là davanti”, ossia Graziani e Pulici. Due soprannomi di cagnolini da salotto, Ciccio e Pupi. Ma due tipi che era meglio avere dalla propria parte che da quell’altra. Due che avrebbero consentito a Pecci, a fine campionato , di scherzare con Radice: “Facile vincere, eh, quando in tre abbiamo fatto quaranta gol”. Lui due, ma era un dettaglio, un colpo d’occhio da altra postazione ( questo è umorismo , secondo alcuni). Pare che Pecci abbia cominciato a far battute quando ha cominciato a lavorare. Cioè a dieci anni, in un bar di Cattolica. “ Si impara presto, tra squattrinati sempre pronti a far gli asini.” Era già un personaggio di cassetta, nel senso che arrivava a servire sul bancone solo stando in piedi su una cassetta rovesciata di Coca-Cola. La voglia non gli è più passata. A 17 anni era arrivato al Bologna.

Il futuro Barattolo ( più magro, allora) entra nello spogliatoio e vede Bulgarelli sul lettino del massaggiatore. E dice al massaggiatore: “Fai piano con quello lì, Gianni, è vecchio e c’è il rischio che si rompa. Ma niente paura, sono qua io”. Bulgarelli, uno dei grandi centrocampisti, il simbolo di quel Bologna, non gradì molto, poi diventarono amici. Anche perché è difficile non andare d’accordo con Pecci, romagnolo estroverso che col tempo ha affinato il gusto per le cose belle e buone, ma ha l’aria di non prendere mai nulla veramente sul serio. Bene adesso ve lo dico : non è così. Pecci è un bluff. Ecco perché questro libro è una storia d’amore mascherata ma assai sentita. Come tutti quelli passati dal Filadelfia, anche Pecci considera quel luogo (abbandonato, in rovina) come casa sua, e la maglia granata una seconda pelle. Io quella maglia non l’ho mai indossata, né altre, ma al “Fila” sono stato parecchie volte e ho capito che non era un posto come un altro e che era come sentire la memoria in cammino. Ho conosciuto don Francesco e so che le sortite eroiche con Rocco non sono una leggenda metropolitana. Quando si crepava di freddo ho bevuto ottimo caffè bollente a casa del custode. Ho sentito raccontare del “Fila” da Enzo Bearzot con toni mistici, da Sandro Mazzola con toni accorati. Mi sono convinto che una squadra che ispira a Giovanni Arpino una poesia come quella che ha ispirato il Torino doveva essere una squadra speciale. E’ forse un caso che il giovanissimo e quasi magro Eraldo Pecci abbia cominciato a giocare in Romagna con una squadra che si chiama Superga ’63 ? Forse. Ma anche no. In ogni caso ci pensano i tifosi a decidere chi è da Toro e chi no. Pecci era da Toro.

Prefazione di Gianni Mura al libro di Eraldo Pecci: IL TORO NON PUO’ PERDERE.

Che gusto c’è a fare l’arbitro – storie di sport #9

nicola-rizzoli-arbitro-finale-germania-argentina-2Bologna, 1987, campo della Pescarola, quinta giornata del campionato Allievi. La squadra in cui gioco, la Lame, è sotto 1-0, ma il tempo per rimediare c’è. A partire da adesso, mentre supero in dribbling l’ultimo difensore avversario e mi involo verso la porta. Sto già pensando a dove angolare il tiro quando in un attimo mi ritrovo a terra, falciato alle spalle da un disperato tentativo di recupero. Sollevo la testa e sopra di me c’è l’arbitro. Ha ancora il fischietto in bocca, cadendo non ho sentito niente. “E allora?” urlo. “Allora cosa?” risponde.”Dico, solo una punizione? A momenti mi stacca una gamba! Come fa a essere solo fallo?”. Ho appena sedici anni,  ma in campo la voglia di polemizzare non mi manca. “Esagerato, voleva prendere la palla. Sei stato più veloce a spostarla. La punizione basta.”  “Stai scherzando ? Non sapeva neppure dov’era, la palla. Come fa a non essere almeno ammonizione? Va buttato fuori ! E poi vorrei capire…”  Sto ancora parlando quando mi ritrovo il cartellino giallo in faccia. “Ora basta, alla prossima parola ci vai tu negli spogliatoi.” E così mi prendo il giallo, non posso fare altro. Mi allontano guardando male l’arbitro e mentre lo faccio lui rincara la dose: “Pensa a giocare!” Certo che penso a giocare, il calcio è stato la mia culla, è il mio orizzonte. Mio, dei miei migliori amici Alberto (per tutti Bebo), Andrea, Ciccio, di mio fratello Lele. Sono anni che ci ritroviamo ogni giorno al campetto sotto casa, anche con tre metri di neve, anche con il caldo che toglie il respiro. Bologna è il nostro stadio all’aperto, nel quartiere ci conoscono tutti, organizziamo partite dovunque una palla possa rotolare. “Non sai nulla del regolamento e vuoi dare lezioni…” sentenzia definitivamente l’arbitro. La verità è che gli arbitri vogliono decidere senza dover spiegare quello che fanno. Questo è.…Alzo lo sguardo, lentamente. Davanti ai miei occhi c’è il pallone che nasconde la coppa più ambita. Tra poco rotolerà e verrà preso a calci sul prato verde del Maracanà, inseguito dagli occhi dei settantacinquemila qui presenti e dei miliardi di persone che, in tutto il mondo, guarderanno la partita in tv. Metto a fuoco fino a leggere la piccola scritta impressa al centro della sfera “  13 July 2014 Final, Germany-Argentina,Rio de Janerio, Estàdio do Maracanà”. I giocatori sono alle mie spalle, in fila nel tunnel. Si scambiano sorrisi e saluti, cercano di concentrarsi e caricarsi. Provo la straordinaria sensazione di non essere solo alle prese con ventidue campioni, ma con i Paesi che essi rappresentano. Sposto l’attenzione più avanti di qualche metro: sopra a un piedistallo bianco ecco la Coppa del Mondo. Luminosa, sinuosa, elegante. Tutta d’oro. Rappresenta la storia del calcio moderno; il cuore, le gambe, la testa e il sudore degli atleti che si sono sfidati negli anni; un’opportunità che potrebbe capitare una sola volta nella vita. E questo vale anche per me. “Ho impiegato ventisei anni per essere qua” penso, sospirando profondamente. Questo trofeo,visto da vicino sembra persin piccolo, è ora al centro del mondo. Cattura l’attenzione. Sento il silenzio assordante di questo istante. Finora solo venti arbitri nella storia del calcio hanno avuto la fortuna di provare emozioni del genere, e io sono uno di loro, Cerco di cacciare i pensieri, di godermi il momento. L’adrenalina della finale scorre nelle mie vene.

Che gusto c’è a fare l’arbitro. ( Nicola Rizzoli)

NICOLA RIZZOLI ( Mirandola, 5 ottobre 1971)
Architetto,  ha esordito in serie A  nell’aprile  2002. Nominato per quattro anni consecutivi miglior arbitro italiano (2011,2012,2013 e 2014) e miglior arbitro del mondo nel 2014, ha diretto  oltre 200 partite nella massima serie  e, tra le altre, a livello internazionale, la finale di Europa League nel 2010 (Atletico Madrid-Fulham),  quella di Champions League nel 2013 (Bayern Monaco-Borussia Dortmund) e  quella degli ultimi Mondiali  (Argentina- Germania). Il suo libro,  Che gusto c’è a fare l’arbitro, è una dichiarazione d’amore al gioco del calcio da parte di un protagonista che si riconosce in saldi valori  morali

Un campionato italiano sull’erba di Wimbledon – storie di sport #8

Gianni Clerici

Vedete com’è l’erba. Adriano Panatta  non batteva Corrado Barazzutti, in un torneo vero, dal lontano 1974, a Palermo. In quel pomeriggio di sole, di vento leggero che portava sul campo il profumo degli oleandri del giardino botanico, ci accorgemmo tutti che era nato l’Antagonista. La rivalità ha tenuto in piedi il nostro tennis fino a oggi, e Corrado ha preso via via il sopravvento, nei confronti diretti. Il fascino del grande teatrante, del bel tenebroso Panatta, ha continuato a oscurare e affliggere quello che ho battezzato “Soldatino”. Con gli intimi, Corrado si è sempre lamentato che i suoi meriti non fossero riconosciuti a sufficienza, dagli uomini della strada, dagli sponsor, da noi cronisti. La cosa non è difficile da spiegare. Panatta è bello come un tenore magro, mentre Barazzutti somiglia al pluto di Walt Disney. Panatta gioca d’attacco non meno di Achille, Barazzutti è una sorta di tartaruga del fondo campo. I colpi di Adriano danno sempre l’impressione di un incredibile azzardo, di un gioco di prestigio sul burrone delle righe. Quelli di Corrado cadono puntuali e fitti, quasi la spoletta di un telaio. Il confronto trasportato sull’erba, sembrava impari. Si gioca d’attacco, sul prato, e il servizio  è l’arma più importante. Tutti, o quasi, i cronisti di Wimbledon avevano quindi pronosticato una vittoria facile di Panatta, dimenticando che, dopo il servizio, sull’erba conta la risposta. Non vorrei semplificare troppo, anche se è proprio questo il segreto del buon giornalismo. Il match che abbiamo goduto in tanti non è stato soltanto un confronto tra attacco e difesa. Corrado ha adottato da poco una nuova posizione dei piedi, in battuta, che gli consente un perno e un passaggio di peso accettabile. Ha quindi attaccato con molta insistenza. E ha preso un set di handicap, ad Adriano avvelenatissimo dalle tre ore e mezzo spese contro Erik Van Dillen. “Mamma mia, il mio bambino” mormorava smarrita al mio fianco Lea Pericoli, che ha per Panatta un autentico complesso di Giocasta. Non appena il bambinone ha preso a sudare, il match ha cambiato strada. Il secondo e il terzo set non erano comunque routine. Se Adriano andava sempre in testa, Corrado gli stava ai panni, lottava, rognava, cattivo come l’aglio, mai morto. Era anche onesto, il piccolo soldato, rimediava con schiccheria a un par di errori dei giudici. All’inizio del quarto, le sottili rughe che fanno il fascino di Adriano gli si rapprendevano in viso, quasi una ragnatela. Qualche suo errore, su palle facili, non era segno di disattenzione, ma di fatica mentale. Non aspettava di meglio Corrado. Nell’ottavo game sfilava il servizio ad Adriano, infilandolo dopo uno smash, e sfruttando tre volèe di rovescio fuori misura. Non c’era un posto libero, sul Number One, all’inizio del quinto. Agli ultimi  arrivati, sussurravamo che Corrado stava battendo Adriano nella gara delle  cadute, più di dieci contro tre o quattro. Adriano si aggiungeva, tra le convulsioni della Lea Pericoli, è anche molto stanco. Corrado sentiva – me l’avrebbe confermato alla fine – che il suo avversario aveva poco da spendere, e quella certezza lo incattiviva e, forse, contraeva.
Nel secondo game, un paio di clamorose fotte issavano Adriano a una prima, a una seconda palla break. Ero a non più di cinque metri dalla riga di fondo, insieme ai fotografi.
La palla di Adriano che pareva battere  Barazzutti lanciato in allungo sollevava sì una nuvoletta di gesso, toccava la prosecuzione della riga di fondo, bel oltre l’intersezione con quella laterale. Il giudice la riteneva buona, Adriano otteneva un break che avrebbe risolto l’incontro. Nel quinto game, infatti, Corrado avrebbe ottenuto cinque altri break point, occasioni d’oro per riequilibrare la partita. Con la lucidità della disperazione Adriano glieli avrebbe annullati. Stanchissimo, per aver passato sei delle ultime ventiquattr’ore  sul campo, Adriano aveva la buona grazia di confessare a Tom Salvadori e a Catkiller : “Meglio morto e in terzo turno, che riposato e battuto”. Civetteria, e una piccola malignità per un avversario che meritava, forse, i tempi supplementari.

Wimledon, 27 giugno 1980

 

GIANNI CLERICI
“Uno scrittore in prestito allo sport”, tra le tante definizioni che servano ad inquadrare  questo maestro di giornalismo, quella coniata da Italo Calvino è sicuramente la più consona al personaggio. Ma ,diremmo un cantore, del Tennis che da lui raccontato assume  contorni   da mitologia greca . Tanti i suoi libri , romanzi, racconti e poesie . Su tutti “ 500 anni di Tennis” , una vera e propria Grande Opera , conosciuta in tutto il mondo.

RICORDO DI UNA PARTITA – STORIE DI SPORT #7

ALFONSO GATTO

Non potremo dimenticare Milano alla vigilia dell’incontro di calcio Italia-Inghilterra.
Dopo giorni di pioggia la città sembrava interrata, pesante, con i suoi corridoi di case fiatati dal freddo, con le sue piazze lustre, con le sue statue disfatte. Nella Galleria sembrava per sempre aperto un grande portone attraverso cui correvano incappottati strilloni e mercanti. San Siro era veramente lontano con  i suoi grandi prati malinconici, deserto nello stadio e negli ippodromi, con i cavalli al chiuso e tra le coperte, con giocatori vecchi e bambini addormentati in attesa del sole. I giocatori inglesi erano arrivasti da un giorno, enormi, fiatando nell’umido e nel grigio odore di casa e di vittoria. Così la sera scendeva sulla vigilia dell’incontro: i biglietti tutti venduti: i settantamila spettatori col naso al cielo a sperare una tregua: i giornali inquieti e violenti nel proprio nero: il centro ripopolato di brigate europee e paesane, tra bar aperti e chiusi in un baleno alla voce lontana e vicina delle radio. Queste forse sarebbero state aperte per tutta la notte ad aspettare la voce di Carosio, il radio-cronista che un anno fa volava con le sue valigie da Marsiglia a Parigi pur di arrivare in tempo e col fiato grosso davanti al microfono. Durante la notte la pioggia eterna continuava ancora lustra di luci e di alberghi ; davanti alle porticine di servizio distrattamente i portieri cercavano di contrattare qualche biglietto per un viaggiatore inglese già addormentato. Nelle case di Milano certamente gli adolescenti non potevano prender sonno : quei grandi calciatori bianchi, con i numeri dipinti sulle spalle, con le  camicie e con i calzoncini lunghi irrompevano ridendo, biondi e spettinati contro la porta della stanza; ad ogni sussulto l’urlo del goal invadeva il loro cuore. Dall’alba a mezzogiorno il tempo precipitò: dalla stazione, dalle remote periferie incominciò la folla a propagarsi verso S.Siro, a piedi, in tram, aggrappata agli autobus, ai tassì, sotto una pioggia lenta, continua e sotto un cielo impenetrabile sul quale come una speranza incominciava ad alitare un piccolo vento di banderuole. I ragazzi di casa mangiavano in piedi appena dopo il caffelatte; nei bar, negli spacci, gli impiegati si precipitavano dagli uffici addentando in fretta qualche panino ripieno: solo i signori della tribuna numerata  ancora non si decidevano a lasciare il tavolo degli aperitivi guardando con meraviglia e con ostentazione la folla  insolita dei “popolari”. Ma la città intorno ad essi si rendeva deserta, ai posteggi non sostavano più i tassì presi al volo da quanti volavano per la piazza  con l’impermeabile aperto e trasparente, gli autobus presi d’assalto lasciavano in un baleno la  piazzetta Reale, i tranvai che appena portavano un segno di vicinanza con lo Stadio passavano a porte chiuse dalla Scala. Nulla da fare. E non era che da poco passato il mezzogiorno: la città rimaneva bloccata nella solitudine delle case vuote, verticale per quanto era rapidamente corsa sulle sue strade che puntavano  solo ad una meta: S.Siro dai prati verdi e opachi eppure squillante di bandiere e di festa. E’ tutto verde il paradiso monotono, e leggeri e chiari gli alberi sotto la pioggia, e questa, dolce, odorosa di campagna e di legno. Si va così lentamente da diradare con dolcezza la città   sui prati verso Baggio e l’hangar nero e disabitato, da vedere una folla incolonnata per strade parallele e infinite appena tracciate sullo sterro delle case nuove:                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          il nostro lungo viale s’amplia negli alberi fruscianti di pioggia  e di un impercettibile chiarore pomeridiano. E’ finalmente un’aria nuova e risollevata questa che si respira, una speranza che il vento muova appena il cielo? Con una festa così vicina qualcuno oserà andare all’ippodromo : ma queste automobili, questi tram, questi furgoni, rossi, celesti, verdi che serrano da ogni parte stadio, tettoie, ringhiere, affondando a perdita d’occhio pesanti sui prati, hanno trasportato solo spettatori, spettatori, spettatori dalle otto di mattina. Chi sarà stato il primo ad entrar nello stadio  ancora deserto e bianco ? Intorno a lui man mano si sarà riversata, curvata, la folla attraverso cui all’una e mezzo già non riusciamo a passare. Sarà questo, forse, l’unico stadio di cui non si veda altro che il prato di gioco e il cielo; non immaginiamo dolcezza più compiuta di una solitudine su cui gli atleti scorrano portati dal silenzio, lasciando attutito e fatale il colpo sulla palla. E, senza pioggia sarebbe questo il cielo grigio e chiaro sotto cui la visibilità è perfetta, visto il risalto dei giocatori, attonita e compatta la folla, Ma piove, piano, con i fili dell’acqua che si vedono contro lo sbalzo della tettoia in tribuna, sebbene un sole verde e agro abbia per un attimo fatta trasparire la folla e  come scoperchiata tutta dai suoi ombrelli, grigia dal nero. Gli spettatori che da quattro ore guardano il campo vuoto mangiano provviste inesauribili, bevono a fiaschi spagliati, si contendono i venditori di fumo e di caramelle: e l’ordine di non ripararsi più, di tener chiusi i paracqua passa di spalto in spalto senza contradditori. Anche i poveri bambini stanno ubbidienti, intirizziti, accanto ai grandi, con un berrettino di carta sulla testa, cercando di ripararsi col cappotto stretto che tirano da ogni parte. Finirà col non piovere più: gli altoparlanti non cessano dal ripetere tra motivetti di disco nomi di pubblicità: ad ogni nome può corrispondere un colore. Sulla folla i leggeri cancelli verdi visti d’angolo lasciano un’aureola come quella degli arcobaleni. Verrà finalmente la luce ferma di questa partita del secolo ? Siamo agli ultimi venti minuti d’attesa: è già sul prato una popolosa banda, sui vedono enormi tamburi e il battistrada fermo per ora a innalzare, ad abbassare o a far roteare il suo scettro. Non piove più, i giardinieri sbucano dal sottopassaggio con vanghe e picconi, come rabdomanti bucano qua e là il campo cercando di allentarlo dolcemente. Poi il prato è pronto, tesissimo: la folla è tutta improvvisa come se non aspettasse da sei ore. Ecco Meazza, ecco Lawton, ecco Olivieri , ecco il lungo e quasi incredibile portiere inglese con la sua maglia gialla:  ci sono tutti , allineati, nomi e numeri, bianchi e azzurri, i migliori ventidue calciatori d’Europa.

Il pallone rosso di Golia. ( Alfonso Gatto )

 

ALFONSO GATTO (1909-1976)

Poeta e scrittore e giornalista . Autore di diversi libri di poesia ,  si affermò in diversi  concorsi letterari quali Savini (1939), St.Vincent (1950), Marzotto (1954) e Bagutta (1955). Nel 1936  subì una condanna  di sei mesi per dichiarato antifascismo .

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