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Festival Nazionale Della Cultura Sportiva

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Associazione culturale

Che gusto c’è a fare l’arbitro – storie di sport #9

nicola-rizzoli-arbitro-finale-germania-argentina-2Bologna, 1987, campo della Pescarola, quinta giornata del campionato Allievi. La squadra in cui gioco, la Lame, è sotto 1-0, ma il tempo per rimediare c’è. A partire da adesso, mentre supero in dribbling l’ultimo difensore avversario e mi involo verso la porta. Sto già pensando a dove angolare il tiro quando in un attimo mi ritrovo a terra, falciato alle spalle da un disperato tentativo di recupero. Sollevo la testa e sopra di me c’è l’arbitro. Ha ancora il fischietto in bocca, cadendo non ho sentito niente. “E allora?” urlo. “Allora cosa?” risponde.”Dico, solo una punizione? A momenti mi stacca una gamba! Come fa a essere solo fallo?”. Ho appena sedici anni,  ma in campo la voglia di polemizzare non mi manca. “Esagerato, voleva prendere la palla. Sei stato più veloce a spostarla. La punizione basta.”  “Stai scherzando ? Non sapeva neppure dov’era, la palla. Come fa a non essere almeno ammonizione? Va buttato fuori ! E poi vorrei capire…”  Sto ancora parlando quando mi ritrovo il cartellino giallo in faccia. “Ora basta, alla prossima parola ci vai tu negli spogliatoi.” E così mi prendo il giallo, non posso fare altro. Mi allontano guardando male l’arbitro e mentre lo faccio lui rincara la dose: “Pensa a giocare!” Certo che penso a giocare, il calcio è stato la mia culla, è il mio orizzonte. Mio, dei miei migliori amici Alberto (per tutti Bebo), Andrea, Ciccio, di mio fratello Lele. Sono anni che ci ritroviamo ogni giorno al campetto sotto casa, anche con tre metri di neve, anche con il caldo che toglie il respiro. Bologna è il nostro stadio all’aperto, nel quartiere ci conoscono tutti, organizziamo partite dovunque una palla possa rotolare. “Non sai nulla del regolamento e vuoi dare lezioni…” sentenzia definitivamente l’arbitro. La verità è che gli arbitri vogliono decidere senza dover spiegare quello che fanno. Questo è.…Alzo lo sguardo, lentamente. Davanti ai miei occhi c’è il pallone che nasconde la coppa più ambita. Tra poco rotolerà e verrà preso a calci sul prato verde del Maracanà, inseguito dagli occhi dei settantacinquemila qui presenti e dei miliardi di persone che, in tutto il mondo, guarderanno la partita in tv. Metto a fuoco fino a leggere la piccola scritta impressa al centro della sfera “  13 July 2014 Final, Germany-Argentina,Rio de Janerio, Estàdio do Maracanà”. I giocatori sono alle mie spalle, in fila nel tunnel. Si scambiano sorrisi e saluti, cercano di concentrarsi e caricarsi. Provo la straordinaria sensazione di non essere solo alle prese con ventidue campioni, ma con i Paesi che essi rappresentano. Sposto l’attenzione più avanti di qualche metro: sopra a un piedistallo bianco ecco la Coppa del Mondo. Luminosa, sinuosa, elegante. Tutta d’oro. Rappresenta la storia del calcio moderno; il cuore, le gambe, la testa e il sudore degli atleti che si sono sfidati negli anni; un’opportunità che potrebbe capitare una sola volta nella vita. E questo vale anche per me. “Ho impiegato ventisei anni per essere qua” penso, sospirando profondamente. Questo trofeo,visto da vicino sembra persin piccolo, è ora al centro del mondo. Cattura l’attenzione. Sento il silenzio assordante di questo istante. Finora solo venti arbitri nella storia del calcio hanno avuto la fortuna di provare emozioni del genere, e io sono uno di loro, Cerco di cacciare i pensieri, di godermi il momento. L’adrenalina della finale scorre nelle mie vene.

Che gusto c’è a fare l’arbitro. ( Nicola Rizzoli)

NICOLA RIZZOLI ( Mirandola, 5 ottobre 1971)
Architetto,  ha esordito in serie A  nell’aprile  2002. Nominato per quattro anni consecutivi miglior arbitro italiano (2011,2012,2013 e 2014) e miglior arbitro del mondo nel 2014, ha diretto  oltre 200 partite nella massima serie  e, tra le altre, a livello internazionale, la finale di Europa League nel 2010 (Atletico Madrid-Fulham),  quella di Champions League nel 2013 (Bayern Monaco-Borussia Dortmund) e  quella degli ultimi Mondiali  (Argentina- Germania). Il suo libro,  Che gusto c’è a fare l’arbitro, è una dichiarazione d’amore al gioco del calcio da parte di un protagonista che si riconosce in saldi valori  morali

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La maledizione del portiere – storie di sport #6

Dino Zoff

E’ un ruolo diverso, quello del portiere. Disperatamente collegato all’ “occasione”.
Un attaccante, un centrocampista, persino un difensore, può entrare in azione quando vuole. Un portiere, no. Deve  aspettare l’ “occasione”. Che dipende sempre dalla volontà di qualcun altro. Il portiere reagisce, non agisce. Anche perché , quando arriva, l’ “occasione” porta con sé la dannazione del portiere : la perfezione. In nessun altro ruolo l’errore tecnico, anche minimo, può essere così determinante. E l’errore, dal punto di vista concettuale, è uno degli elementi più naturali e ineluttabili dello sport. Pensate, per fare un esempio che renda l’idea, a quanti errori commette un tennista sulle prime palle di servizio. Ecco. Però lui li considera una cosa normale, quasi una  necessità. Nessuno parla di papera, quando una  prima pallina finisce due metri al di là della linea. Invece a prezzo del ridicolo, un portiere durante una partita non può permettersi nemmeno un centesimo di quegli errori. Deve essere perfetto. E’obbligato ad esserlo. Anche perché, quando sbaglia lui, il conto lo pagano tutti. Quest’obbligo di perfezione, questa dannazione sportiva, crea una condizione mentale affascinante, assoluta. Serve una lucidità asettica, gelida. Difficilissima da mantenere durante gli infiniti tempi morti di una partita. In quei novanta minuti abbondanti  si creano e si disfano praterie di nulla, vastissime, pronte a riempirsi d’interferenze a ogni istante, con pensieri laterali, ricordi fuori luogo, considerazioni tecniche, preghiere, paure. Basta abbassare la guardia, smarrirsi in uno di quei pensieri, ed è fatta. Una partita di calcio per un portiere, è piena di decine di minuti lunghe come giorni, durante le quali non succede niente. E allora, magari, ti viene in mente di pensare a un errore impercettibile che hai compiuto qualche minuto prima e che non vedi l’ora di riscattare, o che potresti compiere di nuovo qualche minuto dopo. Tenere chiuso il cervello a tutto è l’unico modo per non sbagliare. Ma non è facile. Perché, fra l’altro, la pressione è anche interna. Voglio dire, non c’è solo quella creata dall’ “ambiente”, ma pure quella che lentamente monta dentro di te, la tua. Una marea interiore composta di tanti elementi e motivazioni, e moltiplicata dall’agonismo. Vi siete mai chiesti cosa passi nella testa di una portiere durante una partita ? Non fatelo, sarebbe inutile. Se non avete giocato in porta, non potrete capirlo mai. C’è tutto e niente, lì dentro. C’è un vento silenzioso che dilata il tempo e comprime la volontà, proprio come si comprime una molla. Una molla che però può scattare solo quando arriva l’ “occasione”. Per esprimere la propria vocazione di atleta, la propria rabbia agonistica, una attaccante può calciare con violenza, un’ala può volare lungo la fascia su e giù fino a sentire i polmoni esplodere, un centrocampista può rincorrere gli avversari in tutto il campo, un difensore può fare il più violento dei tackle. Il portiere no. Non può fare niente di tutto ciò, eppure è un atleta anche lui , e che atleta!
Di tanto in tanto è chiamato a scattare come un puma, e in quel momento può esplodere tutto, furia, rabbia, potenza, velocità astuzia, coraggio ; ma può farlo solo quando capita, quando lo richiede l’azione, e non quando lo decide lui. Per il resto la sua vita è attesa. Agguato. Compressione. Cose che poi magari non servono a niente, quando il tiro dell’avversario è imprendibile, o la la traiettoria è troppo sporca. E allora deve raccogliere la palla e rimettersi lì, ad aspettare con il suo vento silenzioso nella testa. Concentrato.

Dura solo un attimo, la gloria. ( Dino Zoff)

 

DINO ZOFF  (Mariano del Friuli, 1942)

Allenatore, Commissario Tecnico, dirigente sportivo, è stato il più grande portiere nella storia del calcio italiano, campione del Mondo 1982.  Il suo essere, nella  vita e  nel calcio,  è costantemente  contrassegnato da una grande  dignità, e rappresenta il filo conduttore di tutte le pagine del suo libro :  Dura solo un attimo, la gloria.

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