Eraldo-Pecci-foto-ilpallonegonfiato

Se cercate i dati canonici di un calciatore ( altezza e peso-forma ) per Pecci su Wikipedia trovate 1,71 e 77. Falso, dice lui : 1,70 e 75, questo ero. Col 43,5 di piede. Non occorre aver studiato a Coverciano per asserire che quei numeri parlano di un calciatore di non eccelsa statura e in perenne lotta con la bilancia. D’altra parte  sosteneva Pecci, la palla è rotonda e corre, ogni tanto passerà anche dalle mie parti.  Quando passava dalle sue parti, Eraldo sapeva cosa farne. La smistava su Zaccarelli, l’elegante rifinitore, o su Patrizio Sala, compagno di omeriche strippate ma cursore instancabile ancorchè di mediocre piede. Sempre che Eraldo  non preferisse il lancio profondo per “le bestie là davanti”, ossia Graziani e Pulici. Due soprannomi di cagnolini da salotto, Ciccio e Pupi. Ma due tipi che era meglio avere dalla propria parte che da quell’altra. Due che avrebbero consentito a Pecci, a fine campionato , di scherzare con Radice: “Facile vincere, eh, quando in tre abbiamo fatto quaranta gol”. Lui due, ma era un dettaglio, un colpo d’occhio da altra postazione ( questo è umorismo , secondo alcuni). Pare che Pecci abbia cominciato a far battute quando ha cominciato a lavorare. Cioè a dieci anni, in un bar di Cattolica. “ Si impara presto, tra squattrinati sempre pronti a far gli asini.” Era già un personaggio di cassetta, nel senso che arrivava a servire sul bancone solo stando in piedi su una cassetta rovesciata di Coca-Cola. La voglia non gli è più passata. A 17 anni era arrivato al Bologna.

Il futuro Barattolo ( più magro, allora) entra nello spogliatoio e vede Bulgarelli sul lettino del massaggiatore. E dice al massaggiatore: “Fai piano con quello lì, Gianni, è vecchio e c’è il rischio che si rompa. Ma niente paura, sono qua io”. Bulgarelli, uno dei grandi centrocampisti, il simbolo di quel Bologna, non gradì molto, poi diventarono amici. Anche perché è difficile non andare d’accordo con Pecci, romagnolo estroverso che col tempo ha affinato il gusto per le cose belle e buone, ma ha l’aria di non prendere mai nulla veramente sul serio. Bene adesso ve lo dico : non è così. Pecci è un bluff. Ecco perché questro libro è una storia d’amore mascherata ma assai sentita. Come tutti quelli passati dal Filadelfia, anche Pecci considera quel luogo (abbandonato, in rovina) come casa sua, e la maglia granata una seconda pelle. Io quella maglia non l’ho mai indossata, né altre, ma al “Fila” sono stato parecchie volte e ho capito che non era un posto come un altro e che era come sentire la memoria in cammino. Ho conosciuto don Francesco e so che le sortite eroiche con Rocco non sono una leggenda metropolitana. Quando si crepava di freddo ho bevuto ottimo caffè bollente a casa del custode. Ho sentito raccontare del “Fila” da Enzo Bearzot con toni mistici, da Sandro Mazzola con toni accorati. Mi sono convinto che una squadra che ispira a Giovanni Arpino una poesia come quella che ha ispirato il Torino doveva essere una squadra speciale. E’ forse un caso che il giovanissimo e quasi magro Eraldo Pecci abbia cominciato a giocare in Romagna con una squadra che si chiama Superga ’63 ? Forse. Ma anche no. In ogni caso ci pensano i tifosi a decidere chi è da Toro e chi no. Pecci era da Toro.

Prefazione di Gianni Mura al libro di Eraldo Pecci: IL TORO NON PUO’ PERDERE.

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