Gianni Clerici

Vedete com’è l’erba. Adriano Panatta  non batteva Corrado Barazzutti, in un torneo vero, dal lontano 1974, a Palermo. In quel pomeriggio di sole, di vento leggero che portava sul campo il profumo degli oleandri del giardino botanico, ci accorgemmo tutti che era nato l’Antagonista. La rivalità ha tenuto in piedi il nostro tennis fino a oggi, e Corrado ha preso via via il sopravvento, nei confronti diretti. Il fascino del grande teatrante, del bel tenebroso Panatta, ha continuato a oscurare e affliggere quello che ho battezzato “Soldatino”. Con gli intimi, Corrado si è sempre lamentato che i suoi meriti non fossero riconosciuti a sufficienza, dagli uomini della strada, dagli sponsor, da noi cronisti. La cosa non è difficile da spiegare. Panatta è bello come un tenore magro, mentre Barazzutti somiglia al pluto di Walt Disney. Panatta gioca d’attacco non meno di Achille, Barazzutti è una sorta di tartaruga del fondo campo. I colpi di Adriano danno sempre l’impressione di un incredibile azzardo, di un gioco di prestigio sul burrone delle righe. Quelli di Corrado cadono puntuali e fitti, quasi la spoletta di un telaio. Il confronto trasportato sull’erba, sembrava impari. Si gioca d’attacco, sul prato, e il servizio  è l’arma più importante. Tutti, o quasi, i cronisti di Wimbledon avevano quindi pronosticato una vittoria facile di Panatta, dimenticando che, dopo il servizio, sull’erba conta la risposta. Non vorrei semplificare troppo, anche se è proprio questo il segreto del buon giornalismo. Il match che abbiamo goduto in tanti non è stato soltanto un confronto tra attacco e difesa. Corrado ha adottato da poco una nuova posizione dei piedi, in battuta, che gli consente un perno e un passaggio di peso accettabile. Ha quindi attaccato con molta insistenza. E ha preso un set di handicap, ad Adriano avvelenatissimo dalle tre ore e mezzo spese contro Erik Van Dillen. “Mamma mia, il mio bambino” mormorava smarrita al mio fianco Lea Pericoli, che ha per Panatta un autentico complesso di Giocasta. Non appena il bambinone ha preso a sudare, il match ha cambiato strada. Il secondo e il terzo set non erano comunque routine. Se Adriano andava sempre in testa, Corrado gli stava ai panni, lottava, rognava, cattivo come l’aglio, mai morto. Era anche onesto, il piccolo soldato, rimediava con schiccheria a un par di errori dei giudici. All’inizio del quarto, le sottili rughe che fanno il fascino di Adriano gli si rapprendevano in viso, quasi una ragnatela. Qualche suo errore, su palle facili, non era segno di disattenzione, ma di fatica mentale. Non aspettava di meglio Corrado. Nell’ottavo game sfilava il servizio ad Adriano, infilandolo dopo uno smash, e sfruttando tre volèe di rovescio fuori misura. Non c’era un posto libero, sul Number One, all’inizio del quinto. Agli ultimi  arrivati, sussurravamo che Corrado stava battendo Adriano nella gara delle  cadute, più di dieci contro tre o quattro. Adriano si aggiungeva, tra le convulsioni della Lea Pericoli, è anche molto stanco. Corrado sentiva – me l’avrebbe confermato alla fine – che il suo avversario aveva poco da spendere, e quella certezza lo incattiviva e, forse, contraeva.
Nel secondo game, un paio di clamorose fotte issavano Adriano a una prima, a una seconda palla break. Ero a non più di cinque metri dalla riga di fondo, insieme ai fotografi.
La palla di Adriano che pareva battere  Barazzutti lanciato in allungo sollevava sì una nuvoletta di gesso, toccava la prosecuzione della riga di fondo, bel oltre l’intersezione con quella laterale. Il giudice la riteneva buona, Adriano otteneva un break che avrebbe risolto l’incontro. Nel quinto game, infatti, Corrado avrebbe ottenuto cinque altri break point, occasioni d’oro per riequilibrare la partita. Con la lucidità della disperazione Adriano glieli avrebbe annullati. Stanchissimo, per aver passato sei delle ultime ventiquattr’ore  sul campo, Adriano aveva la buona grazia di confessare a Tom Salvadori e a Catkiller : “Meglio morto e in terzo turno, che riposato e battuto”. Civetteria, e una piccola malignità per un avversario che meritava, forse, i tempi supplementari.

Wimledon, 27 giugno 1980

 

GIANNI CLERICI
“Uno scrittore in prestito allo sport”, tra le tante definizioni che servano ad inquadrare  questo maestro di giornalismo, quella coniata da Italo Calvino è sicuramente la più consona al personaggio. Ma ,diremmo un cantore, del Tennis che da lui raccontato assume  contorni   da mitologia greca . Tanti i suoi libri , romanzi, racconti e poesie . Su tutti “ 500 anni di Tennis” , una vera e propria Grande Opera , conosciuta in tutto il mondo.

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