ALFONSO GATTO

Non potremo dimenticare Milano alla vigilia dell’incontro di calcio Italia-Inghilterra.
Dopo giorni di pioggia la città sembrava interrata, pesante, con i suoi corridoi di case fiatati dal freddo, con le sue piazze lustre, con le sue statue disfatte. Nella Galleria sembrava per sempre aperto un grande portone attraverso cui correvano incappottati strilloni e mercanti. San Siro era veramente lontano con  i suoi grandi prati malinconici, deserto nello stadio e negli ippodromi, con i cavalli al chiuso e tra le coperte, con giocatori vecchi e bambini addormentati in attesa del sole. I giocatori inglesi erano arrivasti da un giorno, enormi, fiatando nell’umido e nel grigio odore di casa e di vittoria. Così la sera scendeva sulla vigilia dell’incontro: i biglietti tutti venduti: i settantamila spettatori col naso al cielo a sperare una tregua: i giornali inquieti e violenti nel proprio nero: il centro ripopolato di brigate europee e paesane, tra bar aperti e chiusi in un baleno alla voce lontana e vicina delle radio. Queste forse sarebbero state aperte per tutta la notte ad aspettare la voce di Carosio, il radio-cronista che un anno fa volava con le sue valigie da Marsiglia a Parigi pur di arrivare in tempo e col fiato grosso davanti al microfono. Durante la notte la pioggia eterna continuava ancora lustra di luci e di alberghi ; davanti alle porticine di servizio distrattamente i portieri cercavano di contrattare qualche biglietto per un viaggiatore inglese già addormentato. Nelle case di Milano certamente gli adolescenti non potevano prender sonno : quei grandi calciatori bianchi, con i numeri dipinti sulle spalle, con le  camicie e con i calzoncini lunghi irrompevano ridendo, biondi e spettinati contro la porta della stanza; ad ogni sussulto l’urlo del goal invadeva il loro cuore. Dall’alba a mezzogiorno il tempo precipitò: dalla stazione, dalle remote periferie incominciò la folla a propagarsi verso S.Siro, a piedi, in tram, aggrappata agli autobus, ai tassì, sotto una pioggia lenta, continua e sotto un cielo impenetrabile sul quale come una speranza incominciava ad alitare un piccolo vento di banderuole. I ragazzi di casa mangiavano in piedi appena dopo il caffelatte; nei bar, negli spacci, gli impiegati si precipitavano dagli uffici addentando in fretta qualche panino ripieno: solo i signori della tribuna numerata  ancora non si decidevano a lasciare il tavolo degli aperitivi guardando con meraviglia e con ostentazione la folla  insolita dei “popolari”. Ma la città intorno ad essi si rendeva deserta, ai posteggi non sostavano più i tassì presi al volo da quanti volavano per la piazza  con l’impermeabile aperto e trasparente, gli autobus presi d’assalto lasciavano in un baleno la  piazzetta Reale, i tranvai che appena portavano un segno di vicinanza con lo Stadio passavano a porte chiuse dalla Scala. Nulla da fare. E non era che da poco passato il mezzogiorno: la città rimaneva bloccata nella solitudine delle case vuote, verticale per quanto era rapidamente corsa sulle sue strade che puntavano  solo ad una meta: S.Siro dai prati verdi e opachi eppure squillante di bandiere e di festa. E’ tutto verde il paradiso monotono, e leggeri e chiari gli alberi sotto la pioggia, e questa, dolce, odorosa di campagna e di legno. Si va così lentamente da diradare con dolcezza la città   sui prati verso Baggio e l’hangar nero e disabitato, da vedere una folla incolonnata per strade parallele e infinite appena tracciate sullo sterro delle case nuove:                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          il nostro lungo viale s’amplia negli alberi fruscianti di pioggia  e di un impercettibile chiarore pomeridiano. E’ finalmente un’aria nuova e risollevata questa che si respira, una speranza che il vento muova appena il cielo? Con una festa così vicina qualcuno oserà andare all’ippodromo : ma queste automobili, questi tram, questi furgoni, rossi, celesti, verdi che serrano da ogni parte stadio, tettoie, ringhiere, affondando a perdita d’occhio pesanti sui prati, hanno trasportato solo spettatori, spettatori, spettatori dalle otto di mattina. Chi sarà stato il primo ad entrar nello stadio  ancora deserto e bianco ? Intorno a lui man mano si sarà riversata, curvata, la folla attraverso cui all’una e mezzo già non riusciamo a passare. Sarà questo, forse, l’unico stadio di cui non si veda altro che il prato di gioco e il cielo; non immaginiamo dolcezza più compiuta di una solitudine su cui gli atleti scorrano portati dal silenzio, lasciando attutito e fatale il colpo sulla palla. E, senza pioggia sarebbe questo il cielo grigio e chiaro sotto cui la visibilità è perfetta, visto il risalto dei giocatori, attonita e compatta la folla, Ma piove, piano, con i fili dell’acqua che si vedono contro lo sbalzo della tettoia in tribuna, sebbene un sole verde e agro abbia per un attimo fatta trasparire la folla e  come scoperchiata tutta dai suoi ombrelli, grigia dal nero. Gli spettatori che da quattro ore guardano il campo vuoto mangiano provviste inesauribili, bevono a fiaschi spagliati, si contendono i venditori di fumo e di caramelle: e l’ordine di non ripararsi più, di tener chiusi i paracqua passa di spalto in spalto senza contradditori. Anche i poveri bambini stanno ubbidienti, intirizziti, accanto ai grandi, con un berrettino di carta sulla testa, cercando di ripararsi col cappotto stretto che tirano da ogni parte. Finirà col non piovere più: gli altoparlanti non cessano dal ripetere tra motivetti di disco nomi di pubblicità: ad ogni nome può corrispondere un colore. Sulla folla i leggeri cancelli verdi visti d’angolo lasciano un’aureola come quella degli arcobaleni. Verrà finalmente la luce ferma di questa partita del secolo ? Siamo agli ultimi venti minuti d’attesa: è già sul prato una popolosa banda, sui vedono enormi tamburi e il battistrada fermo per ora a innalzare, ad abbassare o a far roteare il suo scettro. Non piove più, i giardinieri sbucano dal sottopassaggio con vanghe e picconi, come rabdomanti bucano qua e là il campo cercando di allentarlo dolcemente. Poi il prato è pronto, tesissimo: la folla è tutta improvvisa come se non aspettasse da sei ore. Ecco Meazza, ecco Lawton, ecco Olivieri , ecco il lungo e quasi incredibile portiere inglese con la sua maglia gialla:  ci sono tutti , allineati, nomi e numeri, bianchi e azzurri, i migliori ventidue calciatori d’Europa.

Il pallone rosso di Golia. ( Alfonso Gatto )

 

ALFONSO GATTO (1909-1976)

Poeta e scrittore e giornalista . Autore di diversi libri di poesia ,  si affermò in diversi  concorsi letterari quali Savini (1939), St.Vincent (1950), Marzotto (1954) e Bagutta (1955). Nel 1936  subì una condanna  di sei mesi per dichiarato antifascismo .

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