Dino Zoff

E’ un ruolo diverso, quello del portiere. Disperatamente collegato all’ “occasione”.
Un attaccante, un centrocampista, persino un difensore, può entrare in azione quando vuole. Un portiere, no. Deve  aspettare l’ “occasione”. Che dipende sempre dalla volontà di qualcun altro. Il portiere reagisce, non agisce. Anche perché , quando arriva, l’ “occasione” porta con sé la dannazione del portiere : la perfezione. In nessun altro ruolo l’errore tecnico, anche minimo, può essere così determinante. E l’errore, dal punto di vista concettuale, è uno degli elementi più naturali e ineluttabili dello sport. Pensate, per fare un esempio che renda l’idea, a quanti errori commette un tennista sulle prime palle di servizio. Ecco. Però lui li considera una cosa normale, quasi una  necessità. Nessuno parla di papera, quando una  prima pallina finisce due metri al di là della linea. Invece a prezzo del ridicolo, un portiere durante una partita non può permettersi nemmeno un centesimo di quegli errori. Deve essere perfetto. E’obbligato ad esserlo. Anche perché, quando sbaglia lui, il conto lo pagano tutti. Quest’obbligo di perfezione, questa dannazione sportiva, crea una condizione mentale affascinante, assoluta. Serve una lucidità asettica, gelida. Difficilissima da mantenere durante gli infiniti tempi morti di una partita. In quei novanta minuti abbondanti  si creano e si disfano praterie di nulla, vastissime, pronte a riempirsi d’interferenze a ogni istante, con pensieri laterali, ricordi fuori luogo, considerazioni tecniche, preghiere, paure. Basta abbassare la guardia, smarrirsi in uno di quei pensieri, ed è fatta. Una partita di calcio per un portiere, è piena di decine di minuti lunghe come giorni, durante le quali non succede niente. E allora, magari, ti viene in mente di pensare a un errore impercettibile che hai compiuto qualche minuto prima e che non vedi l’ora di riscattare, o che potresti compiere di nuovo qualche minuto dopo. Tenere chiuso il cervello a tutto è l’unico modo per non sbagliare. Ma non è facile. Perché, fra l’altro, la pressione è anche interna. Voglio dire, non c’è solo quella creata dall’ “ambiente”, ma pure quella che lentamente monta dentro di te, la tua. Una marea interiore composta di tanti elementi e motivazioni, e moltiplicata dall’agonismo. Vi siete mai chiesti cosa passi nella testa di una portiere durante una partita ? Non fatelo, sarebbe inutile. Se non avete giocato in porta, non potrete capirlo mai. C’è tutto e niente, lì dentro. C’è un vento silenzioso che dilata il tempo e comprime la volontà, proprio come si comprime una molla. Una molla che però può scattare solo quando arriva l’ “occasione”. Per esprimere la propria vocazione di atleta, la propria rabbia agonistica, una attaccante può calciare con violenza, un’ala può volare lungo la fascia su e giù fino a sentire i polmoni esplodere, un centrocampista può rincorrere gli avversari in tutto il campo, un difensore può fare il più violento dei tackle. Il portiere no. Non può fare niente di tutto ciò, eppure è un atleta anche lui , e che atleta!
Di tanto in tanto è chiamato a scattare come un puma, e in quel momento può esplodere tutto, furia, rabbia, potenza, velocità astuzia, coraggio ; ma può farlo solo quando capita, quando lo richiede l’azione, e non quando lo decide lui. Per il resto la sua vita è attesa. Agguato. Compressione. Cose che poi magari non servono a niente, quando il tiro dell’avversario è imprendibile, o la la traiettoria è troppo sporca. E allora deve raccogliere la palla e rimettersi lì, ad aspettare con il suo vento silenzioso nella testa. Concentrato.

Dura solo un attimo, la gloria. ( Dino Zoff)

 

DINO ZOFF  (Mariano del Friuli, 1942)

Allenatore, Commissario Tecnico, dirigente sportivo, è stato il più grande portiere nella storia del calcio italiano, campione del Mondo 1982.  Il suo essere, nella  vita e  nel calcio,  è costantemente  contrassegnato da una grande  dignità, e rappresenta il filo conduttore di tutte le pagine del suo libro :  Dura solo un attimo, la gloria.

Advertisements